COMPRARE VINTAGE. UNO DEI TANTI PASSI VERSO LA DIREZIONE GIUSTA.

4 Novembre 2019

É arrivato il momento di dirvelo. È arrivato il momento di leggere.

Ho preso gentilmente in prestito le parole di Silvia Granziero e di Federico Biserni per spiegarvi uno dei punti che sta alla base del mio business.

(Vi anticipo che sono molto orgogliosa di avere nel mio catalogo online capi che provengono dalla Miroglio Tessile, unico esempio citato da Biserni nel suo articolo. Dagli anni ’60 in poi, mio nonno ha acquistato dalla Miroglio grandi quantità di capi di una qualità talmente eccellente da ritrovarli oggi, nel 2019, intatti, conservati, perfetti ed attuali. )

Ogni capo che vendo, ogni capo che vi mostro è un passo verso la direzione che io reputo giusta per NOI.
Mi sento finalmente parte attiva di quella economia circolare di cui si parla (ma mai abbastanza) e che oggi sembra sia arrivata all’orecchio di tanti (ma non di tutti).

Allungare il loro ciclo di vita significa tanto per me. 

Allungare il loro ciclo di vita potrebbe significare tanto per voi.

Allungare il loro ciclo di vita significherà tanto per il pianeta.

Buona lettura!

Gloria

Quanto inquina la moda?

“Tra le eredità della crisi economica iniziata nel 2008 si trova una nuova tendenza all’acquisto più consapevole e più ecologico. La moda del vintage, ormai consolidata da qualche anno, ne è stata un primo segnale.

Alle origini di questo boom non c’è solo l’aspetto economico: dalla ricerca emerge che, tra le principali ragioni di questa compravendita, per oltre il 60% degli intervistati contano la tutela dell’ambiente e la lotta allo spreco, senza dimenticare (35%) la possibilità di trovare pezzi unici e non più in commercio, sottraendosi così agli stilemi delle mode passeggere.

Parlare della fine dell’epoca dell’usa e getta sarebbe eccessivo e ottimistico. Le file davanti ai negozi in occasione del Black Friday si formeranno ancora per molti anni, ma si sta diffondendo la consapevolezza che è possibile sottrarsi a tutto questo, acquistando con maggiore coscienza etica e ambientale.

Il prolungamento del ciclo di vita di un oggetto ha una grande influenza sul suo impatto ambientale.

 Il ciclo acquisto-consumo-smaltimento può essere spezzato in più modi, producendo beni più duraturi e di migliore qualità, promuovendone la manutenzione, prolungando il periodo di garanzia e condividendoli con altre persone, con un grande risparmio ambientale.

Un nuovo stile di vita e di acquisto è possibile, spostando il nostro focus dall’acquisto e possesso all’utilizzo. È l’economia circolare e può cambiare la tua vita e quella del pianeta.”

(Silvia Granziero-HABITAT-THE VISION)

L’insostenibile leggerezza della moda

“Secondo un report delle Nazioni Unite l’industria della moda ha una grossa fetta di responsabilità nell’inquinamento globale e per questo ha stilato una lista di 17 obiettivi da centrare entro il 2030 per salvare il pianeta. 

Recentemente è stato dimostrato scientificamente il potere terapeutico dello shopping, e forse anche per questo è comprensibile l’eccitazione con cui ci si fionda a comprare capi venduti per pochi euro, che vengono usati, quando va bene, qualche settimana per poi essere dimenticati nell’armadio.

Una “leggerezza d’acquisto” che oggi come oggi non è più sostenibile. La Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite ha recentemente discusso in una conferenza in Svizzera l’impatto dell’industria della moda sull’ambiente. La fotografia è quella di un martello che batte su un’incudine arrugginita: sono da attribuire a questo settore il 20% dello spreco globale di acqua e il 10% delle emissioni di anidride carbonica nonché la produzione di più gas serra rispetto a tutti gli spostamenti navali e aerei del mondo. Allo stesso tempo le coltivazioni di cotone sono responsabili per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidi facendo del settore tessile il più inquinante dopo quello Oil&Gas.

Ma c’è di più perché l’impatto ambientale dell’industria della moda non si ferma alla produzione, anzi. Quella maglietta comprata l’estate scorsa che quest’anno non vi passerebbe mai per la testa di indossare e che finirà con buona probabilità nel bidone dell’indifferenziata, è in ottima compagnia: sempre secondo le Nazioni Unite l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato. Un dato che diventa ancora più significativo se si considera che rispetto al 2000 il consumatore medio acquista il 60% di abiti in più.

Che fare dunque? È possibile migliorare lo stato delle cose? Ovviamente sì, ma si tratta di una partita lunghissima e da giocare su diversi campi contemporaneamente. Se da una parte si può prestare più attenzione a quanto e a cosa si compra sviluppando l’abitudine a un acquisto consapevole, dall’altra le Nazioni Unite hanno stilato una lista di 17 “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” da centrare entro il 2030. Sono traguardi da tagliare in tutti i settori produttivi, ma raggiungerli nel settore della moda, che da solo vale a livello globale 2,5 migliaia di miliardi di dollari (per rendere l’idea: è più o meno il valore del PIL francese), potrebbe innescare un effetto domino con ripercussioni enormemente positive sullo stato di salute dell’ambiente. Tra questi obiettivi garantire il diritto del consumatore ad essere informato e consapevole riguardo i problemi di sviluppo sostenibile, monitorare l’utilizzo di microfibre e microplastiche che vengono rilasciate in acqua e ridurre la generazione di rifiuti chimici nel processo produttivo.

L’urgenza del problema climatico e ambientale è trasversale ai settori di produzione e non è certamente un’esclusiva del fashion system, ma la sensazione è che questo sia uno dei temi portanti su cui costruire i successi imprenditoriali della moda di domani.

L’esempio di Miroglio

A proposito di innovazione tecnologica un’esperienza degna di nota è quella di Miroglio Textile, società del Gruppo Miroglio promotrice dell’evento “Rethinking Fashion Sustainability”, che ha investito nelle nuove tecnologie ed è oggi pioniera della stampa digitale per i tessuti. Una tecnica che permette un risparmio del 50% di acqua e inchiostro e consente a Miroglio Textile di fregiarsi della sigla Detox di Greenpeace con un protocollo più restrittivo rispetto a quello previsto dalla legge italiana.

Cambiare si può dunque, basta muoversi nella giusta direzione. Se ridurre l’impatto ambientale del settore moda fosse una gara podistica sarebbe forse più simile a una maratona che ai 100m piani, ma quel che è certo è che i primi passi sono stati fatti. Ora si tratta solo di prendere il ritmo, allungare la falcata e correre in avanti.”

(Federico Biserni – La Repubblica)

Categoria: